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DA:
Dagospia
29 Marzo 2007

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UN LIBRO TERRIBILE! - ECCO COME IL CENTROSINISTRA AL GOVERNO HA PERSO DIECI PUNTI DI CONSENSO IN DIECI MESI - UN ASSAGGIO: LA PROFEZIA-VENDETTA DI IVANO SACCHETTI (UNIPOL): "AMATO NON DIVENTERÀ CAPO DELLA REPUBBLICA E BASSANINI NON SARÀ ELETTO"


Anticipazione tratta da "Compagni che sbagliano" di Gianni Barbacetto, edito da Il Saggiatore, in libreria questo fine settimana.

LA PROFEZIA DI IVANO SACCHETTI (UNIPOL): AMATO E BASSANINI CAVALLI SBAGLIATI PER IL MONTEPASCHI (ARIDATECI LA PRIMA REPUBBLICA)

Già, i partiti. Vivono in Italia un momento strano: sono al minimo storico di credibilità e capacità d?egemonia culturale, ma non hanno mai avuto così tanto potere. Negli anni ottanta della Prima Repubblica, fino al cruciale 1992 di Mani pulite, si era tanto polemizzato sul loro strapotere e la loro arroganza. Ma allora, almeno, i partiti esistevano. Avevano un seguito di massa. Avevano identità, strutture, classe dirigente. La partitocrazia era certamente un?indebita occupazione di spazi di potere, ma a opera di formazioni con alle spalle migliaia di militanti e valori condivisi.

Oggi di tutto ciò è rimasto ben poco, a destra e a sinistra. Sono restati gli apparati. E la loro prosopopea. Qualcuno prova a sperare che la costituzione del partito democratico possa risolvere ogni problema: ma quale partito democratico? Come e con chi? Non è cambiando il nome della cosa che si rinnova davvero la cosa, non è sommando due élite politiche (quelle di Ds e Margherita, oltretutto divise anche al loro interno) che si crea un partito davvero nuovo. Quando Salvatore Vassallo, al seminario di Orvieto sul partito democratico, nell?ottobre 2006 ribadisce l?elementare principio di democrazia «una testa, un voto» e parla di «popolo delle primarie» e perfino di «gazebo», vede davanti a sé, nella platea, gli sguardi corrucciati e le smorfie di disgusto di Ciriaco De Mita e Massimo D?Alema.

«Gazebo»: evoca le interminabili file di cittadini corsi a votare alle primarie, ricorda il popolo del centrosinistra che si mobilita in tutta Italia. Una forza tranquilla, inaspettata, imprendibile, ingovernabile per i partiti: ecco perché «gazebo», per le élite politiche, è diventata una parolaccia. In attesa del nuovo partito, comunque, continuano a tenere la scena le formazioni esistenti: i Ds, la Margherita e tutti gli altri, con i loro gruppi dirigenti, le correnti interne, i capi e i capetti. E gli imbrogli. Nella Margherita per esempio esplode lo scandalo delle tessere. A Striscia la notizia sfilano uomini e donne che sventolano la tessera del partito ricevuta per posta senza averla mai chiesta. A Torino sono segnalati casi di tessere intestate a cittadini defunti. A Modena si triplicano miracolosamente in pochi mesi. A Roma crescono da 50.000 a 70.000, più delle preferenze ricevute alle elezioni. A Terni la Margherita ha 5.000 iscritti, quanti i voti. In Calabria ha più tessere che voti...

L?imbroglio falsa il rapporto tra i cittadini e la politica, mina le basi della democrazia. Ma, in fondo, nessuno si stupisce troppo. Lo scandalo passa senza troppe scosse. E il sistema dei partiti, di destra e di sinistra, prosegue la sua corsa. Il Sip (sistema informale dei partiti) continua a perdere consensi e accumulare poteri. È multiforme ma solidale, attraversato da grandi conflittualità che convivono con profonde solidarietà trasversali. È l?insieme di forze e debolezze intrecciate, una cosa mischiata al suo contrario. Sembra una specie di pantheon indù incrociato con Paperopoli: strane creature dalle cento mani protese, esseri con metà del corpo informe, bambini dalla testa d?elefante.

Con il saldo controllo degli apparati, dell?informazione televisiva, del destino di molti cittadini. E una struttura fortemente oligarchica, a dispetto delle regole apparenti e dei riti esibiti. Con la nuova legge elettorale, una decina di persone ai vertici degli apparati di partito impone i nomi dei candidati alle elezioni e il loro posto in lista, decidendo così chi sarà eletto e chi no. I nomi dei nuovi parlamentari sono noti, con limitatissime incertezze, già prima delle elezioni. Ogni capo d?apparato sa chi tra i suoi passerà: ormai non sono eletti, ma nominati; a scegliere non sono gli elettori, ma la nomenklatura dei partiti.

Certo, la legge elettorale che ottiene questo bel risultato l?ha voluta il centrodestra. Uno dei suoi padri, il leghista Roberto Calderoli, l?ha definita una «porcata». Ma il centrosinistra non l?ha subita, l?ha invece felicemente utilizzata per regolare i conti interni. Altrimenti, per scegliere i suoi candidati avrebbe potuto lanciare le primarie, che sarebbero state oltretutto un grande momento di discussione nel paese e, perché no, anche di campagna elettorale. Non avevano avuto questo effetto anche quelle per il candidato premier? Il 16 ottobre 2005 Romano Prodi le aveva stravinte con un risultato clamoroso e inaspettato: a votare erano andati volontariamente più di quattro milioni di cittadini, che avevano raggiunto i famosi «gazebo» e avevano dato il loro nome e almeno un euro.

Quanti saranno stati, tra i votanti, gli iscritti ai partiti? Mezzo milione, ottocentomila? Tutti gli altri erano cittadini, cittadini italiani che investivano, con nome e cognome e speranza, nel futuro del loro paese. Un anno dopo, a elezioni vinte, scoppia il giallo degli elenchi: dove sono i file degli elettori delle primarie, con nome, cognome, indirizzo, numeri di telefono, professione, cifra versata? È la più preziosa banca dati politica mai creata in Italia. Chi può legittimamente detenerla e utilizzarla? Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds, sbotta: «Ma le primarie le abbiamo organizzate noi!».

Prodi, del resto, la sua grande occasione l?ha persa il giorno dopo le primarie: avrebbe dovuto lanciare subito una sua lista di rinnovamento dell?Italia; o almeno dire chiaro e netto quali spazi d?autonomia si sarebbe preso. Non lo ha fatto: e da quel giorno le oligarchie di partito hanno lavorato per far dimenticare le primarie e per mantenere il loro potere. Lo dimostra la cronaca politica quotidiana, dal 16 ottobre 2005 fino alle elezioni del 9-10 aprile 2006, e così pure questo episodio inedito.

Prima delle elezioni, Ivano Sacchetti si prende una soddisfazione a Siena. Sacchetti è il braccio destro di Giovanni Consorte ed è stato il numero due dell?Unipol. È uscito con le ossa rotte dallo scandalo delle scalate bancarie del 2005. Ciò nonostante, si permette il lusso di redarguire Giuseppe Mussari, il presidente della Fondazione Montepaschi poi diventato presidente della banca Monte dei Paschi, che nel 2005 si è opposto a Consorte e ai vertici Ds che spingevano perché l?istituto senese si schierasse a fianco dell?Unipol partita alla conquista della Bnl.

«Cari miei» dice Sacchetti a Mussari «avete puntato sul cavallo sbagliato: Giuliano Amato non diventerà presidente della Repubblica e Franco Bassanini non sarà eletto.» Mussari e i Ds di Siena, in effetti, nella loro solitaria battaglia contro Consorte erano stati sostenuti da Amato e Bassanini. Ma Sacchetti, ormai sotto indagine ed estromesso da ogni carica, deve aver conservato ottimi rapporti dentro il partito per lanciare a Mussari quella profezia che, poche settimane dopo, si avvera. Giuliano Amato, candidato naturale del centrosinistra al Quirinale, quando viene il momento di votare per il capo dello Stato è dimenticato e sostituito prima da Massimo D?Alema e poi da Giorgio Napolitano, che viene eletto. Franco Bassanini, già ministro della Funzione pubblica nel primo governo Prodi e poi senatore Ds proprio del collegio di Siena, nel 2006 viene messo in lista sotto il simbolo della Quercia, ma in posizione tale da non essere eletto.

La vendetta è consumata: gli oppositori dentro la Quercia delle scalate dei furbetti sono puniti. Per recuperare Amato ? che è un iscritto ai Ds, non un prodiano ? Romano Prodi dovrà prenderlo di peso e sistemarlo lui in una delle quattro caselle che i partiti, bontà loro, gli hanno lasciato libere al governo. Quanto a Bassanini, niente: resta fuori dal Parlamento, fuori dal governo. Sarà recuperato in seguito solo come membro del consiglio d?amministrazione della Cassa depositi e prestiti. Ben altro destino hanno i protagonisti rossi delle scalate: D?Alema è vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri; Pierluigi Bersani ministro dello Sviluppo economico; l?ex ministro Vincenzo Visco, più defilato ma presente nei giochi dell?estate 2005, questa volta non si è meritato un ministero, ma ha pur sempre la responsabilità della politica fiscale, come viceministro del titolare all?Economia Tommaso Padoa-Schioppa.


INES TABUSSO